DoLquest e la complessità

Ci confrontiamo quotidianamente con la complessità sia a livello individuale che di team. 
Per governare la complessità serve un approccio innovativo che porti risultati concreti nell’integrare nuovi paradigmi.
#DoLquest il profilo sistemico e innovativo per la persona e il team, integra e valorizza la complessità del nostro mondo attuale accompagnandoci nel viaggio verso nuovi paradigmi.
Ogni debriefing è un viaggio alla scoperta di sé, degli altri, dei diversi contesti. 
Permette di trovare la bussola interiore per orientarsi in un mondo complesso e disegnare la propria mappa del mondo.

Tenendo sempre presente che “Ciascuno è #unico, in #evoluzione e ricco di #potenzialità“.

Pronti per affrontare il viaggio?

Esiste il team perfetto?

La nostra vita è ormai condizionata dagli algoritmi. Ne esiste uno che permetta di formare un team altamente performante e perfetto? 

Di teorie sui team ne sono state formulate diverse eppure non si è ancora riusciti a farle confluire in una formula che possa permettere di arrivare a determinare la composizione del mitico “dream team”.

Google, che di algoritmi se ne intende ci ha provato una decina di anni fa con un progetto denominato “Aristotele Project” basato sull’enunciato aristotelico “Il tutto è maggiore della somma delle sue parti”. Nel progetto furono coinvolti circa 180 team differenti per numero di membri e caratteristiche. Furono chiamati diversi esperti per raccogliere ed analizzare l’alta mole di dati raccolti. Il progetto durò tre anni e si suddivise in due fasi: la prima aveva lo scopo di definire gli elementi che determinavano l’efficacia di un team, la seconda era rivolta all’analisi delle specificità dei team (persone coinvolte, competenze, expertise, etc.). Un lungo e complesso lavoro che portò a determinare che non è possibile creare una formula magica che definisca perché un team raggiunge risultati eccellenti mentre altri non ne ottengono alcuno.

Si arrivò comunque ad una conclusione: le performance di un team non sono solo determinate dai potenziali dei suoi membri. Possiamo anche creare team con persone di alto profilo, con competenze eccellenti, ma se non si creano determinate condizioni all’interno del team, non si raggiunge il BIG POTENTIAL.

Per farlo, nel sistema team bisogna inserire semi di scopo, di purpose. Il come il team lavora è molto più importante del chi lo compone.

Charles Darwin affermava che “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”. Il progetto Aristotele e le ricerche di Shawn Achor condotte ad Harwad dimostrano che “Non è l’individuo con maggiori competenze ad aumentare la performance del team, ma quello che meglio si adatta al sistema team”.

Il team performa se i suoi membri si sentono a proprio agio, vi è una cultura di continous feedback grazie alla quale nessuno si sente giudicato, tutti si sentono liberi di esprimere le proprie opinioni.

E’ importante la chiarezza nella definizione di obiettivi che saranno sufficientemente sfidanti per portare ognuno ad agire un growth mindset.

Non è sulle singole intelligenze che bisogna concentrarsi, ma sullo sviluppo di una intelligenza collettiva e connettiva.

Perché ci piace valorizzare potenziali individuali e di team

Nel suo libro “Big Potential”, Shawn Achor racconta quanto accaduto al professor Smith, biologo biologo che nel 1935 si trovava per una sua ricerca in una foresta di mangrovie lungo la riva di un fiume nel Sud- Est Asiatico. Il professore stava osservando un isolotto di mangrovie, quando, all’improvviso, l’intera chioma dell’agglomerato brillò come se un lampo fosse scaturito dalla vegetazione invece di colpire dall’alto. E poi tutto si fece buio. Poco dopo, come spesso accade, il lampo apparve di nuovo. L’agglomerato di piante brillò ancora e poi tutto tornò buio un’altra volta in tre secondi. Poi ad un tratto tutti gli isolotti lungo la sponda del fiume brillarono inaspettatamente all’unisono. Tutte le piante che costeggiavano quel tratto di fiume emettevano un bagliore assieme per poi spegnersi sempre all’unisono.

Subito il professor Smith non si rese conto di quanto stesse accadendo, poi comprese: le piante di mangrovia non stavano brillando, erano semplicemente coperte da una quantità immensa di lucciole che si illuminavano all’unisono. 

Rientrato negli stati Uniti, scrisse un articolo per una rivista scientifica sulla scoperta delle lucciole sincrone. Il professor Smith non fu però creduto, anzi i suoi colleghi biologi lo denigrarono sostenendo che il tutto fosse frutto della sua fantasia: “Come poteva regnare il caos in Natura, senza un leader a dirigere tutto?”  “Come era mai possibile che milioni di lucciole potessero vederne altrettante per ricreare lo stesso schema, considerato il buio della foresta?” 

E soprattutto: “Perché le lucciole maschio avrebbero brillato all’unisono, riducendo le loro probabilità di farsi vedere agli occhi di potenziali compagne?” 

Quanto da lui scritto appariva matematicamente e biologicamente impossibile. 

In realtà oggi, grazie alle successive scoperte della scienza moderna, il comportamento delle lucciole è assolutamente spiegabile e legato ad uno scopo evolutivo, di sopravvivenza. In un articolo pubblicato sulla rivista Science, i ricercatori  Moiseff e Copeland hanno illustrato la loro scoperta:

Quando le lucciole brillano in modo casuale, la probabilità che una femmina risponda ad un maschio nel buio di una foresta di mangrovie e del 3 %. Ma quando le lucciole brillano insieme, la probabilità arriva all’82%

Le probabilità di successo aumentano quindi del 79% quando le lucciole brillano come un’unica comunità interconnessa invece che come individui.

Se ci spostiamo dalla foresta di mangrovie alla nostra società, possiamo spesso osservare come la cultura prevalente sia quella individualista dell’essere l’unica fonte luminosa in una foresta buia, anziché quella di vivere in una foresta ricca di fonti luminose. Shawn Achor nel suo libro, scrive che così facendo otteniamo SMALL POTENTIAL invece di pensare da collettivisti ottenendo il BIG POTENTIAL della collettività.

Le lucciole non devono vedersi tutte per essere sincronizzate. Esse sono in grado di sincronizzare il loro ritmo cardiaco al  millisecondo permettendole di distanziarsi le une dalle altre in modo perfetto, eliminando il bisogno di competizione. 

Questa capacità appartiene anche agli esseri umani, solo che spesso la dimentichiamo.

Se aiutiamo gli altri a crescere ed evolvere, ad esprimere il loro potenziale, cresciamo ed evolviamo anche noi. Il bagliore emanato dalle mangrovie può essere visto a chilometri di distanza e quindi anche altre lucciole potranno trovare la luce e unirsi al gruppo. Tanto più il bagliore sarà luminoso, tanto più arriveranno nuovi membri che porteranno in dono la loro luce aumentando ulteriormente quella d’insieme.

Un team performante è un team nel quale vi è armonia tale da permettere a ciascuno di sincronizzarsi valorizzando il proprio potenziale. Aiutare gli altri a migliorarsi, permette di aumentare le opportunità disponibili invece di rivaleggiare per coglierle. Proprio come accade alle lucciole, una volta che impariamo a coordinarci con chi ci circonda e a collaborare, iniziamo tutti a brillare di più, sia come singoli individui che come parte di un ecosistema.

I ricercatori Renato Mirollo e Steven Strogatz del Boston College e del MIT hanno dichiarato nel Journal of Applied Mathematics che le lucciole non devono vedersi tutte per dare vita a un’azione coordinata: finché non ci sono gruppi di lucciole completamente fuori dalla vista di un qualsiasi altro gruppo di lucciole, questi insetti sono in grado di sincronizzare i rispettivi ritmi. In altre parole, sono sufficienti pochi nodi per trasformare l’intero sistema.  Questi nodi vengono detti “nodi positivi”.

Se anche noi impariamo a diventare un “nodo positivo”, non solo possiamo aiutare il nostro team a crescere, ma stiamo crescendo anche noi. 

In sintesi, più aiuteremo gli altri a trovare la loro luce, più brilleremo anche noi.

Il gioco di squadra

K2: team nepalesi l’impossibile è diventato reale grazie a Vision perseveranza e al lavoro di TEAM. 

Il traguardo più grande nella storia dell’alpinismo, un’ossessione tra gli alpinisti più esperti del mondo, ora è stato raggiunto. Data e orario da fissare in una nuova pagina dei record. Alle 17 locali del 16/01/21 una cordata di dieci scalatori nepalesi ha raggiunto la vetta del K2, l’ultimo ottomila (8611 mt.) che era rimasto fin qui inviolato nella stagione invernale. L’impresa è stata possibile grazie alla clemenza del vento e tramite #unostraordinariogiocodisquadra. Ciascuno dei tre gruppi ha completato separatamente l’ascesa, in base ai propri ritmi di salita, ma quando i primi quattro sono arrivati a 30 piedi dalla vetta si sono fermati, in un posto relativamente sicuro, per aspettare gli altri: hanno voluto tagliare il traguardo insieme, tutti e dieci, in segno di fratellanza, come fossero un’unica grande squadra. Nessuno di loro, quindi è stato individuato come il primo, ma possiamo dire che #havintolasquadra

Traguardo condiviso, squadra allineata e focalizzata verso un unico obiettivo.
#allineamentodelTeam e #TeamPurpose sono alcuni dei punti chiave del nostro percorso 4TEAM che proponiamo per affrontare le “sfide impossibili” poste da complessità e incertezza.